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sabato 1 novembre 2014

La buona Novella

Il         lavoro
più       riuscito

Dice De  André: "Si era in piena rivolta studentesca e le persone meno attente, che poi sono sempre la maggioranza di noi, compagni, amici, intellettuali, pseudo intellettuali, coetanei, consideravano quel disco come anacronistico" per poi dirgli: "Ma cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che noi stiamo sbattendoci perché non ci buttino il libretto nelle gambe con scritto sopra sedici; noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall'autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi". De André da grande signore qual'era, rispose: "Non avevano capito, almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza - che La Buona Novella è un'allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell'autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali".
Furibondi, 'sti 'qua continuavano cagneschi: ma come in pieno rivolta studentesca tu dedichi un album (concept) a Gesù Cristo: "Perché Gesù Cristo è il più grande rivoluzionario della storia!" rispose arrabbiato sul serio. La scelta di puntare sui Vangeli apocrifi come traccia da seguire per elaborare la trama del disco, fu quella che scelse e risultò la migliore, e il futuro prossimo, gli diede ragione.


















L'ign oranza,
è un bisogno
Un modo  questo per scoprire la vocazione umana, terrena, a volte quasi sofferente, dolorante e quindi poi provocatoria e rivoluzionaria della figura storica di Gesù di Nazareth. La narrazione, introdotta da un Laudate Dominum, inizia raccontando L'infanzia di Maria. La piccola Maria vive un'infanzia terribile, segregata nel tempio ("dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore"). L'impurità delle prime mestruazioni ("ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso") provocò il suo allontanamento e la scelta forzata di uno sposo; il matrimonio avviene con un uomo buono ma vecchio, il falegname Giuseppe ("la diedero in sposa a dita troppo secche per chiudersi su una rosa") che la sposa per dovere e la deve poi lasciare per quattro anni per lavoro.
un'uomo in attesa, il destino di tutti 
Ne    Il ritorno di Giuseppe si può cogliere la fatica della vita di Giuseppe. nel suo ritorno a casa porta una bambola per Maria, e la trova implorante affetto e attenzione. Il sogno di Maria riporta la scena nel tempio. In un sogno l'angelo che usava farle visita la porta in volo lontano "là dove il giorno si perde", le dà la notizia della futura nascita di un bimbo. Il testo allude ad un concepimento più terreno di quello raccontato dai vangeli canonici riconosciuti dalla Chiesa. Al risveglio Maria capisce di essere incinta ("parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno ma impresse nel ventre") e si scioglie in pianto. La maternità inaspettata ("ave alle donne come te Maria, femmine un giorno e poi madri per sempre"), si esprime in Ave Maria, un omaggio alla donna nel momento del concepimento. L'opera termina con una sorta di canto liturgico che incita a lodare l'uomo, e non in quanto figlio di un dio, ma in quanto figlio di un altro uomo, figlio di Dio
Il cuore di una madre, è un abisso in fondo al quale
si trova sempre un perdono
Ne Il testamento di Tito vengono elencati i dieci comandamenti, analizzati dall'inedito punto di vista di Tito, il ladrone pentito crocifisso accanto a Gesù. Tito è il ladrone buono nel vangelo arabo. Per quanto riguarda la musica, la prima strofa comincia con la voce ed un accompagnamento di chitarra, per poi esplodere con un ensemble orchestrale di sicuro effetto musicale, un vero successo, sia culturalmente che filosoficamente. Quasi tutti non c'arrivarono 


Dalla letizia che traspare in Ave Maria il passaggio a Maria nella bottega del falegname è drastico: il ritmo dato dalla pialla e dal martello scandiscono il dolore straziante del falegname che costruisce la croce ("tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare") con la quale il figlio di Maria ed i due ladroni verranno crocifissi. Infine sotto la croce stessa: "non fossi stato figlio di Dio t'avrei ancora per figlio mio". Questo aspetto è completamente trascurato dai Vangeli canonici. La via della croce è una delle canzoni in cui Fabrizio lascia trasparire i suoi pensieri e i suoi sentimenti anarchici: "il potere vestito d'umana sembianza ormai ti considera morto abbastanza". Questo nostro mondo, diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono quattro e i secondi quattro miliardi. Come si può essere ottimisti?

martedì 21 ottobre 2014

E c'innamorammo del Conte














Lo stile è bizzarro

di Matteo Tassinari
Lo   schema musicale più ricorrente è quello di un ritmo di velluto condotto con soffice discrezione, dalla chitarra al contrabbasso, accarezzato da spazzole che sembrano il frusciare degli antichi 78 giri. Poi improvvisamente rotto dai riff ballabili della sezione fiati e allora è come se tutta la sala da concerto si mettesse a danzare pur stando fermi in singola estasi naturale, senza additivi. Ho visto gente volare ascoltando Paolo Conte e il suo Jazz. Ci sono strutture ritmiche a New Orleans o comunque degli anni Venti, nelle quali s’innestano interventi solistici, specie al sax soprano, più maturi, pensosi, malinconicamente europei (il modello per eccellenza è sempre il Sidney Bechet del periodo parigino). Ci sono andamenti da strada, da circo, acrobazie da saltimbanco, come il rincorrersi del bandoneon del kazoo in Lo zio. Ci sono, anche, massicce entrate a effetto, crescendo, gran finali d'impeto torrenziale che strappano gli applausi (Hemingway).
Nasi tristi
come   salite
E poi litanie senza senso che placano tutto, o frasi melodiche memorabili come quelle di Chiamami adesso. Gli impermeabili o quella "rotonda" di Il treno va, incisa solo ora ma che noi ci portiamo indelebile nel cuore fin da quando Conte la cantava nei suoi piccoli concerti degli anni Settanta. Una linea purissima, ma accuratamente intorbidita da quella sua voce dura, dimessa, quasi fosse rovesciata. Una voce non più laconica e svogliata, ma di tuono, che sa di freddo umido da caverna, di ruggine, di verderame, di colori autunnali e che quando si intuba nel suo baluginante kazoo, allora si increspa e diventa versaccio di uccello, si screpola, come nei Giardini pensili, per il ghibli infuocato che soffia sull'andamento musicale da cammello di questa canzone, scritta per un lavoro teatrale di anni prima. Tanto feticismo novecentista si fa persino indecente in certi testi di questo nuovo disco: Novecento, Gong-oh, 
Vulnerabile
di fronte alla
realtà attuale, scorticato da una decadenza vissuta come putrefazione quasi fisica, Conte non rievoca il passato, ma ci si tuffa dentro come nel liquido amniotico. Lo contempla da dentro come un giocattolo da smontare, ci può lavorare, stilizzandolo, celebrandolo o ironizzandolo, magari vanificandolo, comunque utilizzandolo a piacer suo come un'inalterata realtà alternativa, un universo parallelo. Curioso per esempio come dal primo Novecento Conte riceva una fascinazione tecnologica e futurista.  E’ quel paradossale "vecchio modernismo" che stuzzica, il rumore dei motori, l'alzarsi dei primi aerei, il baccano della gente a mezzanotte e la gente era entusiasta come dei bei pavoni australiani, quelli verdi.
Teatro Politeama












Un Fou de love
L'uso stesso del linguaggio scelto ad hoc con proverbiali tecniche ipermeticolose. Magnesio, manganesio, Singer, spolverino, mocassino, garage, galvanico, pleistocenico, macadam. Lo sapete esattamente che cos'è il macadam? Prende il nome dall'ingegnere scozzese John Loudon McAdam, che nel 1820 ideò la pavimentazione stradale in conglomerato pietrisco. Amore sconfinato per il progresso del tempo passato, miti di meccanismi e ferro, ruoli sociali desueti, excursus letterari, scelte melodico-armoniche che richiamano modi e ritmi di quell'epoca. Schiavi, tutti, del Politeama.
Musique pour vous qui vivez la grâce des sens

Tutto il resto è Francia
Miracolosamente il suo distanziarsi, il suo andare all'indietro, contro corrente, non lo allontana dal pubblico. Il suo starsene in fondo al palcoscenico, arroccato in un angolo con il suo gruppo di fedeli stretto intorno a lui, non esime gli spettatori dall'entusiasmo. Con un'unica piccola riserva: ci ha così viziato col suo perfezionismo, che non ci sorprende più. Passano quasi tre anni perché si riveda un nuovo album di inediti (ben diciassette), Una faccia in prestito, che conferma i due filoni che stanno informando il repertorio di Conte. Da una parte la sintesi fulminante delle composizioni flash, trionfo della canzonetta sublime cime Quadrille, Un fachiro al cinema. Dall'altra le lunghe suite strumentali, ripetitive (L’incantatrice) che da ammaestratore di serpenti trascina sinuosamente in frasi sudate come in una sauna, trasferite da uno strumento all'altro come in un bolero dove il testo, se c'è, è astruso e il canto maccheronico, stanco e un poco malato, come i tavolini dei bar sotto la pioggia fine di Parigi.
Significativa
presenza
nel disco ha il mondo dello spettacolo, tematica assai ricorrente in Conte. Non sempre i luoghi dell'arte e i relativi protagonisti che celebra sono di prim'ordine, anzi spesso si tratta di artisti solitari, in pensione, o depressi, o semplicemente incatenati nel proprio ruolo, quello dell'eterno attore della vita. Assomigliano un po' ai personaggi circensi di Picasso, quando frequentava i circhi per poter trarre soggetti per i suoi quadri, esili figure a tinte pastello, incastrate in un mondo onirico, parallelo al mondo reale, quello del pubblico, quello che sta sotto il proscenio. In questo album, oltre a Teatro, orazione d'onore per il chiuso Alfieri di Asti, troviamo Fritz, clown ormai in pensione che non riesce a ricordare le sue barzellette, pur vivendo nella convinzione che se le potesse ricordare tornerebbero i bei vecchi tempi in cui sapeva far ridere, era cosa naturale cadere con lo stile in ambienti dove lo stile conta. 

Irregolari,  eccentrici, dilettanti.
Artisti     solitari
I ballerini di Milonga

O la malinconica doppiezza di Una faccia in prestito, la doppiezza della vita dell'attore che veste la maschera oltre il sipario, ma dietro le quinte è solo un uomo di sofferenze e rimpianti. Non solo artisti malinconici, però, frequenta Conte. Il ballerino di Happy Feet è una travolgente creatura da palcoscenico, felice come recita il suo soprannome, che gli calza addosso come una seconda pelle. Il concerto corrispondente all'album riprende Aguaplano come incipit. Il bandoneon sta già ronzando come una mosca quando Conte entra e butta lì, sul pianoforte, il "tin" acuto di una gocciolina, subito, nel "grande mare" cominciano a dilatarsi come cerchi sull'acqua le onde di una musica avvolgente e coinvolgente, perfetta, misurata a puntino, che ballonzola poi per tutto il concerto. Sul palco e "fin dentro all'anima". In quanto anticamera del jazz, la musica di Paolo Conte si permette anche, senza vergognarsi, di sdilinquire la gente in un facile ascolto e far ballare le coppie, se si potesse. Attorno al pianoforte sornione del titolare, ci sono i cinque militanti (Massimo Pitzianti, Claudio Chiara, Luca Velotti, Alberto Mandarini, Rudy Migliardi) che manovrano l'intera gamma dei fiati: flauto, clarinetto, sax soprano, tenore e baritono, tromba, trombone e basso tuba. Sono i veri protagonisti di questa musica, eppure, sordina o no, è come se restassero sempre in lontananza, anche quando si schierano sul proscenio, come emergendo dalle nebbie di un film felliniano.
Il Muziektheater, teatro di Amsterdam e la band tutta di Paolo Conte
Milonghe

e         spazzole





















Quasi    sempre acustico anche tutto il resto. Il contrabbasso (Jino Touche), due chitarre (Daniele Dall'Omo e Alessio Menconi) lanciate a rotta di collo negli accompagnamenti ritmici ossessivi delle milonghe. Spesso, all'unisono, niente assoli, non siamo in un concerto rodeo e una batteria che va quasi sempre a spazzole, oltre a qualche percussione più o meno etnica. Un'orchestra vera, numerosa, tutta in smoking, dentro la quale l'impasto fra i vari strumenti è comunque sempre soft, discreto, leggero. Riconoscibili, quasi oleografici, sono i modelli delle grandi orchestre swing da Tommy Dorseya Count Basie, di grandi fiati come il sax tenore di Coleman Hawkins, della grande canzone da musical o da night situata sull'asse Broadway-Hollywood. Mediati e integrati da alcuni altri riferimenti.
La    Francia,
appunto.
Non solo nel jazz-musette ma anche in quel percorso anni Cinquanta che va da Trenet a Brassensj all'America Latina, tra rumba e beguine, tra milonga e Piazzolla. Arte povera della tradizione popolare, con il kazoo ormai Conte non solo spernacchia, ma con precisione millimetrica suona, canta e addirittura parla, sembra che rutti. La famiglia transoceanica dei modesti strumenti a mantice sparsi per il mondo, fisarmonica, accordeon e bandoneon e le citazioni orientaleggianti, comunque esotiche, stavolta conclamate dal titolo furioso Sijmadicandhapajiee, che peraltro è solo jazz, Lavance, Max, Lo zio, Don't Throw, It In The Wc. Tutti piatti forti, profumi di fieno, nenie africane, e cantilene svisate dalla meraviglia di fare musica in 19 elementi tutti insieme contemporaneamente.
Vendendo sogni, non solide realtà.
Ma quale sensazione può offrirti così come giostrare su sette note, minori e maggiori e diesis? Poche sensazioni sono al loro pari. Canzoni tropicali, intrise di umori poetici e musicali di altri tempi, canzoni scimmiesche non solo per le smorfie di chi le dirige ma anche per il virilismo della sua attitudine mentale. Inviti irresistibili ad andare "via con lui", a partire con la danza e con il sogno ma non si può, il Mocambo è una nave che resta immobile per lasciare spazio solo alla fantasia, quella salgariana che ti lascia inchiodato alla poltrona, sotto le stelle del jazz in Messico.
L'Arena di Verona in attesa del Conte
La     monumentalità
delle cose

Nel   successivo tour mondiale che si colloca ormai nel secondo millennio, non c'è più solo Ginger Brew. Il concerto si apre su una parata di vocalist femminili in bianco e nero, giusto quella nera di Ginger, spicca il volo della melodia assassina di Razzmatazz (il titolo della canzone è da scrivere con due doppie zeta, diversamente dal titolo dell'opera RAZMATAZ, nulla a che fare con un titolo quasi identico, Razzamatazz, inciso da John Travolta nel 1978, povero Conte, cosa riserva il destino, lui e Travolta, come paragonare un Van Gogh a Modigliani dei colli torti e lunghi). Dopodiché, nascosto tra una e l'altra, si scorge, come un intruso che finge di non esserci, l'obliqua figura di Paolo Conte che dondolando rompe la simmetria allineata e coperta delle donne. Ma ecco che la melodia stoppa all'improvviso e come on and swing, little young, Junny girls, parte un ritmo di charleston. Ben sei sono i pezzi tratti da RAZMATAZ che vengono portati in tournée. C'è Talent Scoutman, che inizia con un'introduzione lenta per pianoforte a quattro mani, poi le voci "bianche" in coro a bocca chiusa, la voce nera che recita sussurrando, e tutte insieme infine per un improvviso ragtime. C'è l'enigmistica Paris, les Paris, che Conte canta in piedi come un cantante vero, suadente e seduttivo. Un pezzo alla Charles Trenet, un valzer per nulla lezioso, imbevuto piuttosto di jazz francese, leggero e spazzolato. La regina nera, anzi La reine noire, finché la canta lui da solo al piano e The Black Queen quando dopo uno stacco di fiati la abborda Ginger Brew.






















Avventori e avventurieri
Quante  volte, in questa e in tante altre canzoni si respira un’aria di vecchio varietà, di avanspettacolo, di cafè chantant napoletano. “Il guitto c’è sempre – mi disse in un’intervista nel 1998 al gioiello del teatro Petrella di Longiano in provincia di Cesena -. Per me è una specie di fissazione. Bisogna essere sempre guitti sul palco, altrimenti la gente ti sgama e sei fritto come un uovo senza la crosticina ai bordi”.

domenica 21 settembre 2014

Faber è di tutt@

"Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest'età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d'arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti,
là dove manca l'esuberanza creativa".
  
(Fabrizio De André)
Amico Grande 

di Matteo Tassinari
Come vedete, ho aperto un altro blog. Pensate a chi l'ho dedicato: Fabrizio De André, il mio mentore, la mia primaria fonte di saggezza umana assieme a Pasolini, il mio riferimento culturale da cui attingo il modo di pensare e vivere, ci provo, rimanendo sempre me stesso. Nessun testo di De André mi è mai passato indifferente. Nessuna canzone, ma proprio nessuna, è finita nel dimenticatoio. Tutte ancora lì a macinare i propri interstizi inconsci. Ma a voi non ve ne fotte nulla, giustamente. Andiamo avanti, parlando di lui.
Non mi   stancherò    mai di parlare di Faber è un dovere oltre che un piacere e soprattutto è un grande favore che noi facciamo alle generazioni future. Ritengo, caratterialmente, sia la persona che più mi somiglia. Oltro! Sei proprio forte Matteo. Da solo te la fai e sempre da solo te la disfi. Dico, a me stesso, che somiglio a De André, mica male! Come mia cugina, solo perché è mora, dice che ricorda la Bellucci. Diciamo allora che mi piace molto quello che ha cantato in 35 anni di carriera, fatica e rara bellezza. Per parlare, senza ripetersi, del lavoro di De André, cosa ormai impossibile in quanto è stato detto tutto il possibile e anche perché De André non ha lasciato molto materiale se consideriamo che ha cantato per 35 anni, il criterio più appropriato, è quello musico-letterario. Tutte le altre considerazioni sono spesso superflue, si sanno, o talvolta sono addirittura fallaci. Ebbene, sotto questo profilo, la peculiarità della produzione faberiana, è assai significativa (e rarissima).
Qui Fabrizio stringe l'amica Fernanda Pivano a cui tutti noi, magari senza saperlo, dobbiamo molto. "Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista. Grazie. Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo, prete da marciapiede". Don Andrea Gallo.
L'assenza era rapita
dalla       sua presenza
Anche    quando non c'era, De André spargeva lacrime di carisma e lo aveva fatto per tutta la sua vita, ombrosa e riservata, come il primo vero intellettuale della nostra canzone, colui che ha traghettato verso la modernità le inquietudini della gente e del gruppo di cantautori genovesi, i primi ad usare l'amore come lente esistenziale per capire il mondo e noi stessi. Era già molto, ma pochi anni dopo arrivò lui e improvvisamente si completò la rivoluzione blanda in atto. No più solo amori desolati e fragili, ma parabole, canti colti, citazioni medioevali, un provocatorio e costante intreccio tra sacro e profano, tra cultura alta e bassa, tra sublime e volgare. Un pò come sono tutti gli uomini del resto, di cui De André, sul piede della lezione dei francesi, si dimostrò acuto e implacabile osservatore. Si poteva osare, si poteva affrontare qualsiasi tema, di più, si poteva brandire una canzone come arma anarchica e indipendentemente contro l'ipocrisia, contro la doppia faccia delle istituzioni e società perbene e assassina. Le sue canzoni rivelarono che la canzone, perfino quella italiana, poteva permettersi ogni licenza artistica.

Se proprio dovessimo 
pesare il peso dell'influenza che De André ha avuto sugli altri cantautori, dovremmo pensare alla capacità di svelare di aprire, di non istigare imitazioni ma ispirare libertà. Quelli che più sono stati segnati da Faber, sono quelli che gli somigliano meno. Che è la cosa più bella che possa capitare ad un maestro. E' successo a Dylan, è successo a John Lennon.

La parola, cantata,
che temeva e rispettava

al punto di aspettare mesi, anni, finché non emergeva quella giusta, quella che poteva stare solo lì, quella che avesse forza e significato, quella parola, non un'altra. In questo Faber, era il migliore. Si pensa soprattutto al poeta, ma ci si dimentica la voce di De André, nitida, consolatoria, ferma, profonda, scolpita come un bassorilievo che riempiva l'aria con un'autorità che nessuno ha mai posseduto. Prima d'iniziare a cantare in pubblico ci vollero 14 anni, ma doveva prima bersi una bottiglia intera di Johnny Walker, una clausola, per rallentare l'adrenalina che viaggiava a mille nelle vene di Fabrizio. La sua storia, è la storia di un musicista che aveva intuito una cosa fondamentale, mentre gli altri procedono a cappella: la trasformazione, la mutazione. Pensate a "Crueza de mà" o alla "Buona novella", pensate a quanto siano distanti eppure anche in quell'occasione c'erano punti congiunzione.                                                            
                                                                                                                                                                                                                                                                                               
                                                                                                                                                                                                                                                   
      Incantatore di
         suoni, timbri
e letteratura
Non era un  poeta tout court, tutt'altro. Era un incantatore di suoni, interpretazione della voce sua riguardo a quello che diceva, come se ogni parola o congiunzione, avesse un volto, una faccia che lui sapeva scoprire. Poeta lo diventava quando s'immergeva nei sui dischi, la creazione di un disco può richiedere anche tre anni e talvolta anche di più,  francamente, aveva in testa, ultimamente, solo la sua Tenuta in Sardegna, L'"Agnata", che da un rudere aveva tirato su una casa dall'edera avvolta. Del resto, il senso dell'estetismo, presumo che non l'avesse solo quando scriveva canzoni, è in lui, quindi se lo porti dietro dovunque.
In tutto   questo percorso,
dove avvenne anche un sequestro nel 1979 nella blocco montuoso Gennargentù, poi s'è saputo ch'erano in piena Barbagia, durato 3 mesi. Anche lì Faber allibì chi seguiva la vicenda. Arrivò a perdonare i suoi sequestratori: "noi siamo fuori, loro sono in carcere e se escono, lo fanno per beccarsi una pallattola in testa", e si rese parte civile contro i mandanti che considerava dei criminali capaci a far del male alla gente. All'inizio erano 2 miliardi, poi calarono 500 milioni, forniti dal padre che era il braccio destra dell'imprenditore Attilio Monti, poi Montedison di Raul Gardini, Dori Ghezzi, sua ex moglie, è stato il pilastro del suo mondo, dopo una vita vissuta nell'angiporto genovese, ossia la parte più malfamata e avventurosa di Genoa, quella dove andavi e succedeva sempre qualcosa che valesse la pena di vedere o sentire. Che dormisse di mattino fino a tardi pomeriggio lo sanno tutti, ma lui, quando capiva che aveva imbroccato il passo e la nota giusta, correva alle 4 di notte, svegliava Dori e gli faceva sentire il passaggio con chitarra e la sua cellula di Dio appena azzeccata. La creatività è più forte della cocaina. 

Non serratelo
in un recinto
Guai  ad imprigionare De André sotto qualche bandiera. Lui odiava le bandiere, i segni di riconoscimento, anche i documenti gli stavano stretti, di qualsiasi tipo, gli erano tutti stretti. Guai a dare una lettura politica ai suoi testi. Dalla Maddalena al transessuale "Princesa", dai ladroni in Croce insieme a Cristo, quell'umanità di puttane e puttanieri, ladri e biscazzieri, ma anche di minoranze colte, minoranze etniche e religiose e sociali, non ha mai alcunchè di oleografico. Sia perché l'ironia è sempre vigile, sia perché, il presepio, a De André, non è mai piaciuto. O meglio, gli piaceva quello dei vangeli apocrifi. De André canta e a sua insaputa i Servizi segreti schedarono gli spostamenti del cantautore.


Personaggio pericoloso.
Mancava Losco Individuo
Viene  da 
sorridere.    Uno canta
(e in che modo) di pace, della conclusione di tutte le guerre per tutta la sua vita, denuncia i soprusi del potere verso i più deboli e dove va a finire? Sul taccuino "nero" dei Servizi segreti antiterrorismo italiani. Mi pare logico, secondo le regole poche, ma ferree (come le idee) degli apparati statali dediti alla sicurezza dell'Ordine (e disordine) targati anni '70. Verrebbe da ridere, se non fosse che è tutto vero tutto "messo a verbale", per parlare con il linguaggio di quegli ambienti dall'odore di ufficio statale vuoto. Solo perché donava una quota mensile per un abbonamento ad una rivista considerata dai Servizi extraparlamentare (in quegli anni ce n'erano a migliaia) era per forza un'allineato, un fiancheggiatore, questi erano i termini della questione. 
Fabrizio De André alla Tenuta dell'Agnata in Gallura













"Sovvertitore
della Patria"

Mquesto, agli Spioni di Stato, sfuggì sempre, come il gracchiare delle cicale in dicembre sotto la neve. Basta leggere il loro frasario per capire il livello mentale e di percezione che aveva quella gente che pedinava per conto di chissà chi il cantautore genovese. De André, a sua insaputa, era stato MARCHIATO a vita come "Sovvertitore della democrazia e della Patria", della quiete democratica e di chissà cos'altro ancora. Il fatto è che lui non si è mai proposto o atteggiato come agit-prop, un filosofo figuriamoci, gli prendeva un colpo se qualcuno lo chiamava così, lui sapeva chi erano i veri filosofi, la fedina penale pulita come Bocca di Rosa. Niente. Però, per quei capponi dei Servizi, era "personaggio infido e pericoloso", dichiarano nei dossier. Un modo come un altro per perdere tempo. Tutto iniziò a ridosso dell’attentato di piazza Fontana, quando gli attivisti della sinistra extraparlamentare di allora furono sottoposti a perquisizioni e interrogatori, senza spiegazioni o preavvisi. Tra le centinaia d'inquisiti figura un certo Mabellini, considerato vicino a lotta Continua.


Misteri puffi
Si legge in   una nota informativa del Sismi: "Il Mabellini è in amicizia con tale De André Fabrizio, non meglio generalizzato, ligure, universitario a Milano, noto cantautore e contestatore", da ridere davvero, immaginare quattro ventri obesi, le scrivanie anni '70 e la macchina per scrivere Olivetti, alta, quella tipica delle caserme dell'epoca durante gli interrogatori dove si volava per cadere sull'asfalto senza averci capito nulla. Con inflessibile logica burocratica, misera e amministrativa, stupirebbe il contrario. La segnalazione coinvolge il musicista nelle indagini, sempre a sua insaputa. Dal ministero dell’Interno chiedono ragguagli al questore di Brescia che aggiorna il fascicolo con le seguenti parole: "Le Questure di Milano e Genova sono pregate di identificare subito il De André Fabrizio e fornire direttamente sul suo conto dettagliate informazioni". Fabrizio, intanto, componeva la "Canzone dell'amore perduto", scriverei per controverso a sua insaputa ostinata e contraria. Dal sublime al ridicolo, talvolta, c'è soltanto un passo, come disse l'imperatore francese sporcaccione che ravanava sovente le proprie cavità auricolari. Oggi è il 21 settembre, ossia san Matteo, il mio santo omonimo.
Il poeta Riccardo Mannerini, grande amico di Fabrizio