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martedì 4 novembre 2014

La Sardegna nel cuore di De André

Tenuta dell'Agnata, Tempio Pausania
di Fabrizio De André 


De Andrè:
Macondo, luogo ideale per Gabriel Garzia Marquez




Faber

il contadino

di Matteo Tassinari

Ho sempre  pensato che l’uomo, più  della donna, viva un bisogno più intenso: quello di avere nella propria memoria universale, un punto fermo dove ritirarsi all'uso, come fa il lupo nei momenti che vuole isolarsi dal gruppo per starsene da solo nella propria tana. Soprattutto quando questi intuisce che sta per vivere l’ultima porzione della sua vita o vede all’orizzonte una buriana tsunamica e di sovente, questi luoghi, sono i posti della propria infanzia, ma anche no. Pavana per Guccini, Macondo per Marquez, Samarcanda per Vecchioni, Porto Empedocle per Camilleri e tanti altri.
Roberto Vecchioni, Luci a san Siro
La definisco,
in quanto non è che siauna patologia, ma una mia virata mentale che vale il momento che serve per dirla, poi basta: “nostalgia dell’innocenza”. Diceva di essere più sardo di Mario Segni e Francesco Cossiga: “che in Sardegna ci tornano due volte all’anno per 15 giorni”. Fabrizio De André, in Sardegna, precisamente nella tenuta dell’Agnata, in mezzo alle campagne di Tempio Pausania, ci viveva 8 mesi su 12 da circa 25 anni  assieme a Dori Ghezzi, con la quale ha trascorso tre di questi mesi proprio nel cuore (malato) della Sardegna, ha detta degli stessi sardi: L’Anonima Sarda. Lui, quel periodo, lo chiamò “Hotel Supramonte”, una catena montuosa dell'entroterra sardo, nascondiglio dei più famosi latitanti dell’isola, dove Faber vide la neve col freddo, ma la sua maglia era per Dori, e non è romanticismo balordo.
Martino Moreddu (nella foto all'epoca del processo per il rapimento De Andrè-Ghezzi), presunto compagno di scorribande del cantante e poi noto per essere stato il "vivandiere" del sequestro. Poi è stato assolto da ogni accusa perché il fatto non sussiste



L'odore del sangue

Intervistato il giorno dopo della liberazione di Faber e Dori da un gruppo di cronisti, De André tracciò un racconto pacato dell’esperienza: “ci consentivano, a volte, di rimanere a lungo con le mani slegate e senza i cappucci che ci avevano messo in testa per non vedere alcun segno che poteva diventare di riferimento”. Ebbe parole di pietà per i suoi carcerieri:“Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai e se lo faranno, è per prendersi un colpo di pistola in testa. Dopo questa tragica esperienza vissuta con Dori, posso dire di conoscere meglio il popolo sardo”.
Questi erano

i suoi pensieri,
le sue conclusioni, come si trattasse di un fatto come un altro. Dopo il sequestro, in molti gli hanno chiesto perché decise di rimanere in Sardegna e se aveva paura del reiterarsi del rapimento: “No, ormai non ci rapiscono più. Nessuno me l'ha detto a voce, ma gli occhi hanno parlato chiaro. Sono protetto ora! E guai a chi mi tocca!”, dice ridendo. Potrei urlare: GRANDE FABER! Il suo rapporto con la vita, natura, persone, codici di cultura e loro rispetto, una persona che intuiva lo stato d'animo, e non voglio fare di Faber una sorta di veggente, per carità e per essere precisi evitando fraintendimenti anche pelosi, non veri in breve, è che davvero, come nel caso di Princesa, il travestito a cui s'affezionò come amico, fino a fornirgli un'ingente parte della somma per l'operazione, il suo desiderio della vita, ora morta di aids da circa 10 anni.
Spesso si vedevano e quando Princesa arrivava, Fabrizio De André, diceva ad alta voce:"Ed ecco arrivata la nostra principessa", da qui il titolo della stupenda canzone sul travestismo scritta con Ivano Fossati cosa che faceva con altre persone, ma non mi pare il caso di fare l'elenco delle buone azioni di De Andrè, lui per primo non lo accetterebbe pugnalandomi per come l'ho conosciuto. Si nutriva dell'intimità che creava il rapporto fra lui la persona, chiunque fosse e da qualsiasi parte del mondo arrivasse. Diceva che con la vita aveva un tipo d'approccio spiritualistico, cosa che in città non riusciva neanche ad immaginare, troppo distratto da tutto: “L’ambiente influisce sulla crescita di ogni persona, e a volte viene dato per scontato ciò che è sbagliato, come fare una stalla col tetto d'Eternit, ne ho viste. E’ da pazzi lasciare le pecore sotto l'Eternit nel luglio nuorese".
Oltre il ricordo

Senza      Dori



non ce l'avrei        fatta
Il suo   essere quasi sardo, per così dire, non era il risultato del trascorrere del tempo di un’abitudine, né un effetto del trauma relativo al sequestro, ma semmai un percorso nel contempo lineare e tortuoso. A pagare il riscatto, 600 milioni di lire nel 1979, fu il padre, dirigente industriale, già braccio destro di Attilio Monti (quello che poi diventò il Gruppo Montedison del ravennate e dal sangue davvero romagnolo Raul Gardini). “La presenza di Dori è stata fondamentale, - dice Fabrizio - affinché non succedessero fatti che avrebbero finalizzato molte cose, nel senso che avrei certamente cercato di scappare fossi stato solo. E' stata la mia salvezza e io la sua, per sua ammissione”.

Hotel


Supramonte


"E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome, ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme, ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano, cosa importa se sono caduto se sono lontano. Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole, perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole, ma dove dov'è il tuo cuore, ma dove è finito il tuo cuore".

Faber, il giorno del processo
Ho paura di    Brassens
Durante il processo, fu rilevato il paradosso del cantautore anarchico rapito dai banditi verso cui simpatizzava e salvato dal capitale famigliare. Furono in pochi a sapere, allora, che De André Senior, come Fabrizio avrebbe raccontato all’amica Fernanda Pivano, era un mazziniano convinto, quindi non lontano da idee libertarie. Quando tornava a casa dalla Francia per i suoi impegni di lavoro come A.D. dell’Eridania, non dimenticava mai di portare a Fabrizio un disco di George Brassens, a cui piaceva non solo come cantante, ma era per lui un riferimento culturale, che non volle mai incontrare per paura di rimanerne deluso, questo è quello che diceva, ma io non ci credo. Credo più alla sua universale timidezza che lo immobilizzava, pur riuscendo sempre a trovare il modo brillante per uscire da situazioni imbarazzanti.














Un    piede in terra

l’altro in      mare

Qualcosa di  simile è successo con la Sardegna. Tra De André e l’isola esisteva un sostrato comune, una comune concezione del mondo, come se l’antistatalismo “naturale” di De André (caratterialmente, oltre che ideologicamente anarchico) e quello storico della Barbagia si fossero ad un certo punto incontrati e avessero deciso di stringere un patto di ferro. Un’amicizia poi cementata dall’amore per le sughere e per il vino, per il granito, il pane, il mare e le vecchie leggende che ad ogni racconto s’infarcivano di ulteriori aneddoti. Un mondo che fai fatica a scoprire in corso Buenos Aires a Milano. Un idem sentire che neppure il sequestro cominciato il 27 agosto e finito il 22 dicembre 1979, riuscì a spezzare. Anzi, per certi versi, la rese ancora più radicato e forte il culto della Sardegna in Fabrizio, definendo quella sarda un’etnìa rivolta al futuro e rispettosa del loro passato. “Gente - diceva – che ama i bambini e rispetta i vecchi”. 
La Barbagia è una vasta regione montuosa della Sardegna centrale
che si estende sui fianchi del massiccio Gennargentu.
Li per circa 3 mesi, all'aperto, hanno vissuto Fabrizio e Dori
Vado a correggere

la fortuna





Murales di De André Orgosolo Associazione Cuncordu
E questo potrebbe far sorgere il sospetto d’un approccio romantico, l’approccio che può permettersi chi ha fama e soldi ed una splendida famiglia. Una specie di recupero barbaricino del mito del buon selvaggio. Il fatto è che De André in Sardegna si è sporcato le mani, rischiando forse troppo,  ha combattuto, durante i primi anni della tenuta Agnata con le normative agrarie ed i contributi Cee di cui poteva beneficiare in quanto coltivatore diretto.

Colui che per
il sottoscritto è
stato il maggiore poeta italiano del secolo scorso, il più grande distillatore di emozioni in versi, spesso si svegliava presto al mattino per dare mangimi e latte alle sue bestie. Questa immagine incantevole, oltre che seducente fino alla meraviglia, mi offre il senso della grande bellezza nel silenzio, da solo con i suoi animali da allevare e di cui era innamorato. Ognuno è fatto a modo suo, no? Ha letto decine di libri sulle tecniche di coltivazione e di allevamento, ha tentato di far quadrare i conti della sua azienda agricola, l’ha cresciuta, sviluppata e ingrandita. Se nel 1978 decise di cantare in pubblico alla Bussola Viareggio per la prima volta, fu proprio per i debiti accumulati a causa dell’azienda Agnata. Avrebbe potuto chiedere aiuto alla famiglia, ma non volle neanche sentire parlare di questa opzione troppo comoda: “Hanno già fatto troppo col sequestro e adesso gli vado a chiedere altri soldi perché ho l’azienda i

Ad ogni concerto


una bottiglia di whisky per cercare di sedare quel mostruoso batticuore e paura di ritrovarsi all’improvviso davanti a migliaia di persone che non aspettavano altro che ascoltare il cantautore più conosciuto, ma anche il più sconosciuto, vista la sua ritrosia, timidezza, riserbo, l’estrema paura di sbagliare, qualche accordo non acciuffato. Disse: “Se non era per l’Agnata ed i debiti, non so se mi sarei sbloccato, perché per me era un blocco cantare davanti a migliaia di volti oscurati e nessuno conosciuto, non era usuale per me. Sarebbe come prendere Toro Seduto e sbatterlo davanti ad un computer, che ci fa?”. Ma l’Agnata aveva bisogno di mangime e le bestie non potevano aspettare certo le date dei tour e le vacche volevano essere munte. Chiese un credito ad una banca, nell’arco di 5 anni lo liquidò e i trattori che zollavano la terra divennero cinque.
Fabrizio, Dori e la figlia Luvi nella stalla della tenuta

I Marinai di foresta
Dopo  il sequestro, De Andrè coniò la fuorviante “Hotel Supramonte”, mentre un poeta sardo, nuorese per giunta, Sebastiano Satta, definì i banditi “belli, feroci e prodi”. De André li definì, più sobriamente: “marinaio di foresta”, i latitanti della Barbagia che negli anni '70 erano quasi una decina. Poi collaborò alle indagini senza incertezze e si costituì parte civile, però solo contro i capi, i mandanti, quelli che non si sono sporcate le scarpe di fango, ma da Milano, ogni tanto facevano un salto all’Hotel Supramonte per vedere come andava il sequestro e non contro i gregari, che in pratica facevano la vita di Faber e Dori, freddo, sole, acqua, neve e disagi enormi come imboccare i due sequestrati che hanno tenuto quasi sempre un cappuccio in testa.
Fabrizio "tra" le sue mura
Il      Giorno
del    Giudizio
Ma c’è un altro Satta, un altro sardo che ha qualcosa in comune con Fabrizio De André: Salvatore Satta, insigne giurista, poi scrittore. Se De André vedeva nei racconti dei vecchi di Tempio qualcosa che gli faceva pensare a Gabriel Garcia Marquez, Satta nel suo “Giorno del giudizio”, ha descritto un sistema di valori e di rapporti che sembrano parlare col mondo di De André. “Il pastore appartiene alla dinamica della vita, il contadino alla statica. Nessuna legge può impedire al pastore di considerare la sua proprietà in tutto quello che l’occhio può abbracciare”. Ha detto De André parlando dei suoi sequestratori: “Era come se dicessero: a me non manca nulla ma perché mi metti sotto il naso la tua villa con piscina, il SUV, tutti con i Rolex ai polsi, valigie di Louis Vuitton e di fianco sempre pronto per partire con l’aereo privato?

I codici imposti

“Mi pare che sempre di più sarebbe necessario che invece di dire che Fabrizio è il Bob Dylan italiano, si dicesse che Bob Dylan è il Fabrizio americano”. (Fernanda Pivano, consegnando il Premio Lunezia 1997 a Smisurata preghiera). De André, giunto in Sardegna da contadino, è diventato pastore, sublimazione stupenda, soprattutto sul piano dell’immaginazione collettiva e la figura costantemente imprevedibile di Faber, come l'amico Gaber. Ha considerato “suo”quell’intero mondo, dove mari e odore salmastro, lo difendevano dal caos e dalle maggioranze silenziose ma assordanti delle grandi città del Continente.
Fabrizio al lavoro
"Eravamo fratelli"
Imparò alla perfezione il sardo, come fosse naturale saperlo, in neanche un anno e lo parlava da sardo, racconta il contadino che gli ha insegnato tutto dei lavori di un’azienda agricola. Oggi, questo anziano signore, quando parla di Faber, piange, dicendo con la voce interrotta dal pianto: “Eravamo due fratelli e respiravamo il rispetto che ognuno aveva per l’altro”. Arrivò a condividere anche le rabbie, i disagi, le illusioni fino ad aderire ad un movimento indipendista sardo, fino ad aprire la sua casa a tutti i visitatori facendone un agriturismo speciale, dove non ti sentivi ospite ma amico. E io sono ancora qui a mangiarmi le punta delle dita per non aver accolto nel 1998, al Teatro Turismo di Riccione, il suo invito ad andarlo a trovare a casa sua per tutto il mese d’agosto. Purtroppo avevo già prenotato un altro viaggio, pensando che avrei potuto esaudire questa grande emozione, quella di vivere a 360 gradi per un mese la vita del cantautore e poeta migliore del secolo scorso.

sabato 1 novembre 2014

La buona Novella

Il         lavoro
più       riuscito

Dice De  André: "Si era in piena rivolta studentesca e le persone meno attente, che poi sono sempre la maggioranza di noi, compagni, amici, intellettuali, pseudo intellettuali, coetanei, consideravano quel disco come anacronistico" per poi dirgli: "Ma cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che noi stiamo sbattendoci perché non ci buttino il libretto nelle gambe con scritto sopra sedici; noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall'autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi". De André da grande signore qual'era, rispose: "Non avevano capito, almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza - che La Buona Novella è un'allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell'autorità si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali".
Furibondi, 'sti 'qua continuavano cagneschi: ma come in pieno rivolta studentesca tu dedichi un album (concept) a Gesù Cristo: "Perché Gesù Cristo è il più grande rivoluzionario della storia!" rispose arrabbiato sul serio. La scelta di puntare sui Vangeli apocrifi come traccia da seguire per elaborare la trama del disco, fu quella che scelse e risultò la migliore, e il futuro prossimo, gli diede ragione.


















L'ign oranza,
è un bisogno
Un modo  questo per scoprire la vocazione umana, terrena, a volte quasi sofferente, dolorante e quindi poi provocatoria e rivoluzionaria della figura storica di Gesù di Nazareth. La narrazione, introdotta da un Laudate Dominum, inizia raccontando L'infanzia di Maria. La piccola Maria vive un'infanzia terribile, segregata nel tempio ("dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore"). L'impurità delle prime mestruazioni ("ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso") provocò il suo allontanamento e la scelta forzata di uno sposo; il matrimonio avviene con un uomo buono ma vecchio, il falegname Giuseppe ("la diedero in sposa a dita troppo secche per chiudersi su una rosa") che la sposa per dovere e la deve poi lasciare per quattro anni per lavoro.
un'uomo in attesa, il destino di tutti 
Ne    Il ritorno di Giuseppe si può cogliere la fatica della vita di Giuseppe. nel suo ritorno a casa porta una bambola per Maria, e la trova implorante affetto e attenzione. Il sogno di Maria riporta la scena nel tempio. In un sogno l'angelo che usava farle visita la porta in volo lontano "là dove il giorno si perde", le dà la notizia della futura nascita di un bimbo. Il testo allude ad un concepimento più terreno di quello raccontato dai vangeli canonici riconosciuti dalla Chiesa. Al risveglio Maria capisce di essere incinta ("parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno ma impresse nel ventre") e si scioglie in pianto. La maternità inaspettata ("ave alle donne come te Maria, femmine un giorno e poi madri per sempre"), si esprime in Ave Maria, un omaggio alla donna nel momento del concepimento. L'opera termina con una sorta di canto liturgico che incita a lodare l'uomo, e non in quanto figlio di un dio, ma in quanto figlio di un altro uomo, figlio di Dio
Il cuore di una madre, è un abisso in fondo al quale
si trova sempre un perdono
Ne Il testamento di Tito vengono elencati i dieci comandamenti, analizzati dall'inedito punto di vista di Tito, il ladrone pentito crocifisso accanto a Gesù. Tito è il ladrone buono nel vangelo arabo. Per quanto riguarda la musica, la prima strofa comincia con la voce ed un accompagnamento di chitarra, per poi esplodere con un ensemble orchestrale di sicuro effetto musicale, un vero successo, sia culturalmente che filosoficamente. Quasi tutti non c'arrivarono 


Dalla letizia che traspare in Ave Maria il passaggio a Maria nella bottega del falegname è drastico: il ritmo dato dalla pialla e dal martello scandiscono il dolore straziante del falegname che costruisce la croce ("tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare") con la quale il figlio di Maria ed i due ladroni verranno crocifissi. Infine sotto la croce stessa: "non fossi stato figlio di Dio t'avrei ancora per figlio mio". Questo aspetto è completamente trascurato dai Vangeli canonici. La via della croce è una delle canzoni in cui Fabrizio lascia trasparire i suoi pensieri e i suoi sentimenti anarchici: "il potere vestito d'umana sembianza ormai ti considera morto abbastanza". Questo nostro mondo, diviso in vincitori e vinti, dove i primi sono quattro e i secondi quattro miliardi. Come si può essere ottimisti?

martedì 21 ottobre 2014

E c'innamorammo del Conte














Lo stile è bizzarro

di Matteo Tassinari
Lo   schema musicale più ricorrente è quello di un ritmo di velluto condotto con soffice discrezione, dalla chitarra al contrabbasso, accarezzato da spazzole che sembrano il frusciare degli antichi 78 giri. Poi improvvisamente rotto dai riff ballabili della sezione fiati e allora è come se tutta la sala da concerto si mettesse a danzare pur stando fermi in singola estasi naturale, senza additivi. Ho visto gente volare ascoltando Paolo Conte e il suo Jazz. Ci sono strutture ritmiche a New Orleans o comunque degli anni Venti, nelle quali s’innestano interventi solistici, specie al sax soprano, più maturi, pensosi, malinconicamente europei (il modello per eccellenza è sempre il Sidney Bechet del periodo parigino). Ci sono andamenti da strada, da circo, acrobazie da saltimbanco, come il rincorrersi del bandoneon del kazoo in Lo zio. Ci sono, anche, massicce entrate a effetto, crescendo, gran finali d'impeto torrenziale che strappano gli applausi (Hemingway).
Nasi tristi
come   salite
E poi litanie senza senso che placano tutto, o frasi melodiche memorabili come quelle di Chiamami adesso. Gli impermeabili o quella "rotonda" di Il treno va, incisa solo ora ma che noi ci portiamo indelebile nel cuore fin da quando Conte la cantava nei suoi piccoli concerti degli anni Settanta. Una linea purissima, ma accuratamente intorbidita da quella sua voce dura, dimessa, quasi fosse rovesciata. Una voce non più laconica e svogliata, ma di tuono, che sa di freddo umido da caverna, di ruggine, di verderame, di colori autunnali e che quando si intuba nel suo baluginante kazoo, allora si increspa e diventa versaccio di uccello, si screpola, come nei Giardini pensili, per il ghibli infuocato che soffia sull'andamento musicale da cammello di questa canzone, scritta per un lavoro teatrale di anni prima. Tanto feticismo novecentista si fa persino indecente in certi testi di questo nuovo disco: Novecento, Gong-oh, 
Vulnerabile
di fronte alla
realtà attuale, scorticato da una decadenza vissuta come putrefazione quasi fisica, Conte non rievoca il passato, ma ci si tuffa dentro come nel liquido amniotico. Lo contempla da dentro come un giocattolo da smontare, ci può lavorare, stilizzandolo, celebrandolo o ironizzandolo, magari vanificandolo, comunque utilizzandolo a piacer suo come un'inalterata realtà alternativa, un universo parallelo. Curioso per esempio come dal primo Novecento Conte riceva una fascinazione tecnologica e futurista.  E’ quel paradossale "vecchio modernismo" che stuzzica, il rumore dei motori, l'alzarsi dei primi aerei, il baccano della gente a mezzanotte e la gente era entusiasta come dei bei pavoni australiani, quelli verdi.
Teatro Politeama












Un Fou de love
L'uso stesso del linguaggio scelto ad hoc con proverbiali tecniche ipermeticolose. Magnesio, manganesio, Singer, spolverino, mocassino, garage, galvanico, pleistocenico, macadam. Lo sapete esattamente che cos'è il macadam? Prende il nome dall'ingegnere scozzese John Loudon McAdam, che nel 1820 ideò la pavimentazione stradale in conglomerato pietrisco. Amore sconfinato per il progresso del tempo passato, miti di meccanismi e ferro, ruoli sociali desueti, excursus letterari, scelte melodico-armoniche che richiamano modi e ritmi di quell'epoca. Schiavi, tutti, del Politeama.
Musique pour vous qui vivez la grâce des sens

Tutto il resto è Francia
Miracolosamente il suo distanziarsi, il suo andare all'indietro, contro corrente, non lo allontana dal pubblico. Il suo starsene in fondo al palcoscenico, arroccato in un angolo con il suo gruppo di fedeli stretto intorno a lui, non esime gli spettatori dall'entusiasmo. Con un'unica piccola riserva: ci ha così viziato col suo perfezionismo, che non ci sorprende più. Passano quasi tre anni perché si riveda un nuovo album di inediti (ben diciassette), Una faccia in prestito, che conferma i due filoni che stanno informando il repertorio di Conte. Da una parte la sintesi fulminante delle composizioni flash, trionfo della canzonetta sublime cime Quadrille, Un fachiro al cinema. Dall'altra le lunghe suite strumentali, ripetitive (L’incantatrice) che da ammaestratore di serpenti trascina sinuosamente in frasi sudate come in una sauna, trasferite da uno strumento all'altro come in un bolero dove il testo, se c'è, è astruso e il canto maccheronico, stanco e un poco malato, come i tavolini dei bar sotto la pioggia fine di Parigi.
Significativa
presenza
nel disco ha il mondo dello spettacolo, tematica assai ricorrente in Conte. Non sempre i luoghi dell'arte e i relativi protagonisti che celebra sono di prim'ordine, anzi spesso si tratta di artisti solitari, in pensione, o depressi, o semplicemente incatenati nel proprio ruolo, quello dell'eterno attore della vita. Assomigliano un po' ai personaggi circensi di Picasso, quando frequentava i circhi per poter trarre soggetti per i suoi quadri, esili figure a tinte pastello, incastrate in un mondo onirico, parallelo al mondo reale, quello del pubblico, quello che sta sotto il proscenio. In questo album, oltre a Teatro, orazione d'onore per il chiuso Alfieri di Asti, troviamo Fritz, clown ormai in pensione che non riesce a ricordare le sue barzellette, pur vivendo nella convinzione che se le potesse ricordare tornerebbero i bei vecchi tempi in cui sapeva far ridere, era cosa naturale cadere con lo stile in ambienti dove lo stile conta. 

Irregolari,  eccentrici, dilettanti.
Artisti     solitari
I ballerini di Milonga

O la malinconica doppiezza di Una faccia in prestito, la doppiezza della vita dell'attore che veste la maschera oltre il sipario, ma dietro le quinte è solo un uomo di sofferenze e rimpianti. Non solo artisti malinconici, però, frequenta Conte. Il ballerino di Happy Feet è una travolgente creatura da palcoscenico, felice come recita il suo soprannome, che gli calza addosso come una seconda pelle. Il concerto corrispondente all'album riprende Aguaplano come incipit. Il bandoneon sta già ronzando come una mosca quando Conte entra e butta lì, sul pianoforte, il "tin" acuto di una gocciolina, subito, nel "grande mare" cominciano a dilatarsi come cerchi sull'acqua le onde di una musica avvolgente e coinvolgente, perfetta, misurata a puntino, che ballonzola poi per tutto il concerto. Sul palco e "fin dentro all'anima". In quanto anticamera del jazz, la musica di Paolo Conte si permette anche, senza vergognarsi, di sdilinquire la gente in un facile ascolto e far ballare le coppie, se si potesse. Attorno al pianoforte sornione del titolare, ci sono i cinque militanti (Massimo Pitzianti, Claudio Chiara, Luca Velotti, Alberto Mandarini, Rudy Migliardi) che manovrano l'intera gamma dei fiati: flauto, clarinetto, sax soprano, tenore e baritono, tromba, trombone e basso tuba. Sono i veri protagonisti di questa musica, eppure, sordina o no, è come se restassero sempre in lontananza, anche quando si schierano sul proscenio, come emergendo dalle nebbie di un film felliniano.
Il Muziektheater, teatro di Amsterdam e la band tutta di Paolo Conte
Milonghe

e         spazzole





















Quasi    sempre acustico anche tutto il resto. Il contrabbasso (Jino Touche), due chitarre (Daniele Dall'Omo e Alessio Menconi) lanciate a rotta di collo negli accompagnamenti ritmici ossessivi delle milonghe. Spesso, all'unisono, niente assoli, non siamo in un concerto rodeo e una batteria che va quasi sempre a spazzole, oltre a qualche percussione più o meno etnica. Un'orchestra vera, numerosa, tutta in smoking, dentro la quale l'impasto fra i vari strumenti è comunque sempre soft, discreto, leggero. Riconoscibili, quasi oleografici, sono i modelli delle grandi orchestre swing da Tommy Dorseya Count Basie, di grandi fiati come il sax tenore di Coleman Hawkins, della grande canzone da musical o da night situata sull'asse Broadway-Hollywood. Mediati e integrati da alcuni altri riferimenti.
La    Francia,
appunto.
Non solo nel jazz-musette ma anche in quel percorso anni Cinquanta che va da Trenet a Brassensj all'America Latina, tra rumba e beguine, tra milonga e Piazzolla. Arte povera della tradizione popolare, con il kazoo ormai Conte non solo spernacchia, ma con precisione millimetrica suona, canta e addirittura parla, sembra che rutti. La famiglia transoceanica dei modesti strumenti a mantice sparsi per il mondo, fisarmonica, accordeon e bandoneon e le citazioni orientaleggianti, comunque esotiche, stavolta conclamate dal titolo furioso Sijmadicandhapajiee, che peraltro è solo jazz, Lavance, Max, Lo zio, Don't Throw, It In The Wc. Tutti piatti forti, profumi di fieno, nenie africane, e cantilene svisate dalla meraviglia di fare musica in 19 elementi tutti insieme contemporaneamente.
Vendendo sogni, non solide realtà.
Ma quale sensazione può offrirti così come giostrare su sette note, minori e maggiori e diesis? Poche sensazioni sono al loro pari. Canzoni tropicali, intrise di umori poetici e musicali di altri tempi, canzoni scimmiesche non solo per le smorfie di chi le dirige ma anche per il virilismo della sua attitudine mentale. Inviti irresistibili ad andare "via con lui", a partire con la danza e con il sogno ma non si può, il Mocambo è una nave che resta immobile per lasciare spazio solo alla fantasia, quella salgariana che ti lascia inchiodato alla poltrona, sotto le stelle del jazz in Messico.
L'Arena di Verona in attesa del Conte
La     monumentalità
delle cose

Nel   successivo tour mondiale che si colloca ormai nel secondo millennio, non c'è più solo Ginger Brew. Il concerto si apre su una parata di vocalist femminili in bianco e nero, giusto quella nera di Ginger, spicca il volo della melodia assassina di Razzmatazz (il titolo della canzone è da scrivere con due doppie zeta, diversamente dal titolo dell'opera RAZMATAZ, nulla a che fare con un titolo quasi identico, Razzamatazz, inciso da John Travolta nel 1978, povero Conte, cosa riserva il destino, lui e Travolta, come paragonare un Van Gogh a Modigliani dei colli torti e lunghi). Dopodiché, nascosto tra una e l'altra, si scorge, come un intruso che finge di non esserci, l'obliqua figura di Paolo Conte che dondolando rompe la simmetria allineata e coperta delle donne. Ma ecco che la melodia stoppa all'improvviso e come on and swing, little young, Junny girls, parte un ritmo di charleston. Ben sei sono i pezzi tratti da RAZMATAZ che vengono portati in tournée. C'è Talent Scoutman, che inizia con un'introduzione lenta per pianoforte a quattro mani, poi le voci "bianche" in coro a bocca chiusa, la voce nera che recita sussurrando, e tutte insieme infine per un improvviso ragtime. C'è l'enigmistica Paris, les Paris, che Conte canta in piedi come un cantante vero, suadente e seduttivo. Un pezzo alla Charles Trenet, un valzer per nulla lezioso, imbevuto piuttosto di jazz francese, leggero e spazzolato. La regina nera, anzi La reine noire, finché la canta lui da solo al piano e The Black Queen quando dopo uno stacco di fiati la abborda Ginger Brew.






















Avventori e avventurieri
Quante  volte, in questa e in tante altre canzoni si respira un’aria di vecchio varietà, di avanspettacolo, di cafè chantant napoletano. “Il guitto c’è sempre – mi disse in un’intervista nel 1998 al gioiello del teatro Petrella di Longiano in provincia di Cesena -. Per me è una specie di fissazione. Bisogna essere sempre guitti sul palco, altrimenti la gente ti sgama e sei fritto come un uovo senza la crosticina ai bordi”.