Lo stile è bizzarro
di Matteo Tassinari
Lo schema musicale più ricorrente è quello di un ritmo di
velluto condotto con soffice discrezione, dalla chitarra al contrabbasso,
accarezzato da spazzole che sembrano il frusciare degli antichi 78 giri. Poi
improvvisamente rotto dai riff ballabili della sezione fiati e allora è come se
tutta la sala da concerto si mettesse a danzare pur stando fermi in singola
estasi naturale, senza additivi. Ho visto gente volare ascoltando Paolo Conte e
il suo Jazz. Ci sono strutture ritmiche a New Orleans o comunque degli anni
Venti, nelle quali s’innestano interventi solistici, specie al sax soprano, più
maturi, pensosi, malinconicamente europei (il modello per eccellenza è sempre
il Sidney Bechet del periodo parigino). Ci sono andamenti da strada, da circo,
acrobazie da saltimbanco, come il rincorrersi del bandoneon del kazoo in Lo
zio. Ci sono, anche, massicce entrate a effetto, crescendo, gran finali
d'impeto torrenziale che strappano gli applausi (Hemingway).
Nasi tristi
come salite
E poi litanie
senza senso che placano tutto, o frasi melodiche memorabili come quelle di
Chiamami adesso. Gli impermeabili o quella "rotonda" di Il treno va,
incisa solo ora ma che noi ci portiamo indelebile nel cuore fin da quando Conte
la cantava nei suoi piccoli concerti degli anni Settanta. Una linea purissima,
ma accuratamente intorbidita da quella sua voce dura, dimessa, quasi fosse rovesciata.
Una voce non più laconica e svogliata, ma di tuono, che sa di freddo umido da
caverna, di ruggine, di verderame, di colori autunnali e che quando si intuba
nel suo baluginante kazoo, allora si increspa e diventa versaccio di uccello,
si screpola, come nei Giardini pensili, per il ghibli infuocato che soffia
sull'andamento musicale da cammello di questa canzone, scritta per un lavoro
teatrale di anni prima. Tanto feticismo novecentista si fa persino indecente in
certi testi di questo nuovo disco: Novecento, Gong-oh,
Vulnerabile
di
fronte alla
realtà attuale, scorticato da una decadenza vissuta come
putrefazione quasi fisica, Conte non rievoca il passato, ma ci si tuffa dentro
come nel liquido amniotico. Lo contempla da dentro come un giocattolo da
smontare, ci può lavorare, stilizzandolo, celebrandolo o ironizzandolo, magari
vanificandolo, comunque utilizzandolo a piacer suo come un'inalterata realtà
alternativa, un universo parallelo. Curioso per esempio come dal primo Novecento
Conte riceva una fascinazione tecnologica e futurista. E’ quel paradossale "vecchio
modernismo" che stuzzica, il rumore dei motori, l'alzarsi dei primi
aerei, il baccano della gente a mezzanotte e la gente era entusiasta come dei bei pavoni australiani, quelli verdi.
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Teatro Politeama |
Un Fou de love
L'uso stesso del linguaggio scelto ad hoc con proverbiali tecniche ipermeticolose. Magnesio, manganesio, Singer, spolverino, mocassino, garage,
galvanico, pleistocenico, macadam. Lo sapete esattamente che cos'è il macadam? Prende
il nome dall'ingegnere scozzese John Loudon McAdam, che nel 1820 ideò la pavimentazione
stradale in conglomerato pietrisco. Amore sconfinato per il progresso del tempo
passato, miti di meccanismi e ferro, ruoli sociali desueti, excursus letterari,
scelte melodico-armoniche che richiamano modi e ritmi di quell'epoca. Schiavi, tutti, del Politeama.
Irregolari, eccentrici, dilettanti.
Artisti solitari
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I ballerini di Milonga |
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Il Muziektheater, teatro di Amsterdam e la band tutta di Paolo Conte Milonghe
e spazzole
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Quasi sempre acustico anche tutto il resto. Il contrabbasso (Jino Touche), due chitarre (Daniele Dall'Omo e Alessio Menconi) lanciate a rotta di collo negli accompagnamenti ritmici ossessivi delle milonghe. Spesso, all'unisono, niente assoli, non siamo in un concerto rodeo e una batteria che va quasi sempre a spazzole, oltre a qualche percussione più o meno etnica. Un'orchestra vera, numerosa, tutta in smoking, dentro la quale l'impasto fra i vari strumenti è comunque sempre soft, discreto, leggero. Riconoscibili, quasi oleografici, sono i modelli delle grandi orchestre swing da Tommy Dorseya Count Basie, di grandi fiati come il sax tenore di Coleman Hawkins, della grande canzone da musical o da night situata sull'asse Broadway-Hollywood. Mediati e integrati da alcuni altri riferimenti.
appunto.
Non solo nel jazz-musette ma anche in quel percorso anni Cinquanta che
va da Trenet a Brassensj all'America Latina, tra rumba e beguine, tra milonga e
Piazzolla. Arte povera della tradizione popolare, con il kazoo ormai Conte non
solo spernacchia, ma con precisione millimetrica suona, canta e addirittura
parla, sembra che rutti. La famiglia transoceanica dei modesti strumenti a mantice sparsi per il
mondo, fisarmonica, accordeon e bandoneon e le citazioni orientaleggianti,
comunque esotiche, stavolta conclamate dal titolo furioso Sijmadicandhapajiee, che
peraltro è solo jazz, Lavance, Max, Lo zio, Don't Throw, It In The Wc. Tutti
piatti forti, profumi di fieno, nenie africane, e cantilene svisate dalla
meraviglia di fare musica in 19 elementi tutti insieme contemporaneamente.
Vendendo sogni, non solide realtà.
Ma
quale sensazione può offrirti così come giostrare su sette note, minori e
maggiori e diesis? Poche sensazioni sono al loro pari. Canzoni tropicali,
intrise di umori poetici e musicali di altri tempi, canzoni scimmiesche non
solo per le smorfie di chi le dirige ma anche per il virilismo della sua
attitudine mentale. Inviti irresistibili ad andare "via con lui", a
partire con la danza e con il sogno ma non si può, il Mocambo è una nave che
resta immobile per lasciare spazio solo alla fantasia, quella salgariana che ti
lascia inchiodato alla poltrona, sotto le stelle del jazz in Messico.
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L'Arena di Verona in attesa del Conte
La monumentalità
delle cose
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Nel successivo tour mondiale che si colloca ormai nel
secondo millennio, non c'è più solo Ginger Brew. Il concerto si apre su una
parata di vocalist femminili in bianco e nero, giusto quella nera di Ginger,
spicca il volo della melodia assassina di Razzmatazz (il titolo della canzone è
da scrivere con due doppie zeta, diversamente dal titolo dell'opera RAZMATAZ,
nulla a che fare con un titolo quasi identico, Razzamatazz, inciso da John
Travolta nel 1978, povero Conte, cosa riserva il destino, lui e Travolta, come
paragonare un Van Gogh a Modigliani dei colli torti e lunghi). Dopodiché,
nascosto tra una e l'altra, si scorge, come un intruso che finge di non
esserci, l'obliqua figura di Paolo Conte che dondolando rompe la simmetria allineata
e coperta delle donne. Ma ecco che la melodia stoppa all'improvviso e come on
and swing, little young, Junny girls, parte un ritmo di charleston. Ben sei
sono i pezzi tratti da RAZMATAZ che vengono portati in tournée. C'è Talent
Scoutman, che inizia con un'introduzione lenta per pianoforte a quattro mani,
poi le voci "bianche" in coro a bocca chiusa, la voce nera che recita
sussurrando, e tutte insieme infine per un improvviso ragtime. C'è
l'enigmistica Paris, les Paris, che Conte canta in piedi come un cantante vero,
suadente e seduttivo. Un pezzo alla Charles Trenet, un valzer per nulla
lezioso, imbevuto piuttosto di jazz francese, leggero e spazzolato. La regina
nera, anzi La reine noire, finché la canta lui da solo al piano e The Black
Queen quando dopo uno stacco di fiati la abborda Ginger Brew.
Avventori e avventurieri
Quante volte, in questa e in tante altre canzoni si respira
un’aria di vecchio varietà, di avanspettacolo, di cafè chantant napoletano. “Il
guitto c’è sempre – mi disse in un’intervista nel 1998 al gioiello del teatro
Petrella di Longiano in provincia di Cesena -. Per me è una specie di
fissazione. Bisogna essere sempre guitti sul palco, altrimenti la gente ti
sgama e sei fritto come un uovo senza la crosticina ai bordi”.